
Gli elefanti da guerra sono stati armi importanti, nell’antica arte militare. Venivano principalmente utilizzati nelle cariche, per scompaginare i ranghi dei nemici. Scendevano in battaglia solo gli animali maschi, perché più veloci, più pesanti e più aggressivi delle femmine.
Il loro utilizzo bellico iniziò attorno al 1100 a.C., nella Valle dell’Indo (attuale Pakistan), come testimoniano diversi inni in sanscrito. Furono introdotti nell’esercito persiano da Dario I (550-486 a.C.), che aveva conquistato quei territori e aveva visto gli elefanti da guerra in azione.

Il primo a farne le spese fu Alessandro Magno nella battaglia di Gaugamela (331 a.C.). I quindici elefanti delle linee persiane fecero tremare le truppe macedoni, tanto che Alessandro decise di compiere un sacrificio al dio della Paura (Phobos) la notte prima dell’attacco, tenendo poi la cavalleria lontano dagli elefanti durante lo scontro.
In seguito Alessandro arrivò ad apprezzare gli elefanti da guerra al punto da introdurli nel suo esercito. Tornato a Babilonia, istituì una forza di elefanti di guardia al suo palazzo e creò la posizione di “elefantarca“, comandante delle unità di pachidermi.

Anche Egizi, Cartaginesi e Numidi addomesticarono gli elefanti, ricorrendo soprattutto alla sottospecie nordafricana, più piccola di quella asiatica e che fu talmente sfruttata da estinguersi.
I Romani impararono a difendersi da quegli animali con il lancio di dardi nei loro punti più deboli. Dopo le Guerre puniche, Roma portò nell’Urbe molti elefanti come bottino e in seguito li utilizzò anche nelle proprie campagne militari.

Il modo più subdolo per sconfiggere gli elefanti da guerra era schierare in battaglia i maiali. Plinio il Vecchio, infatti, racconta che gli elefanti erano terrorizzati dal verso dei suini.
In seguito gli addestratori però studiarono una semplice contromisura: allevare gli elefanti da guerra insieme ai maiali, per abituarli ai loro versi acuti.
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